il nerismo

 

Dopo il successo di una sua mostra personale, tenuta nel 1988, alla Biblioteca Comunale Città di Mondragone, dal titolo "Paolo Uttieri: dal Surrealismo al Nerismo" , patrocinata dalla Provincia di Caserta, visto il consenso del pubblico, l'artista si rende conto che ha fatto qualcosa di originale. 

Decide quindi , in quello stesso anno, di mettere ordine e di fissare i canoni di questa nuova idea pittorica e lo fa    pubblicando sulla rivista di arte e cultura "Silarus" n° 144 del 1988 il primo Manifesto del Nerismo.

Nel contempo vuole capire perché è stato catturato dal nero, dalle figure incomplete, dalla semplicità dei soggetti trattati, dalla luce quale schizzo di energia e dal dilavamento dei suoi sfondi.

Capisce che non basta dipingere in un certo modo e scrivere determinati concetti per dire di aver coniato uno stile. Pensa che fermarsi un poco a riflettere sia necessario, ma, come vedremo, tale pausa durerà 14 anni e partorirà qualcosa di molto profondo.

Durante questo periodo continuerà a dipingere e a sperimentare ma non si proporrà più né al pubblico con delle mostre e né alla critica.

Agli amici che lo conoscono lui regalerà alcune delle sue opere e non accetterà mai compromessi commerciali che renderebbero i suoi quadri dei semplici prodotti artigianali.

In pochi capiranno che la sua è ricerca e che non potrà mai essere imbrigliata in alcuna sorta di costrizione. Infatti molti suoi lavori che non lo soddisferanno verranno dallo stesso non terminati o addirittura distrutti, perché a sua detta l'importante non è il quadro in sé stesso bensì l'obiettivo pittorico da raggiungere.

C'è l'insoddisfazione di non arrivare a capire a fondo.

Ci dovrà pur essere un messaggio, un filo conduttore che avrà la potenza di alimentare nell’artista tutta questa energia repressa, inesplosa che vorrebbe trovare, attraverso i dipinti, la valvola di sfogo, la via d'uscita per gridare al mondo le sue ragioni.

Inizia ad analizzare tecnicamente il PERCHE' DEL NERO , e come dice l’ artista:

"E' dato per scontato che la luce colora i corpi, perché al buio noi non vediamo più nulla, né le forme e né i colori, ma gli oggetti hanno la facoltà di riflettere o assorbire tutta o in parte la luce bianca che ricevono dal sole, selezionando così i vari colori fra tutti in essa contenuti.

Il sistema che utilizza il pittore è fortemente limitativo.

Mescolando tutti i colori, secondo natura dovrei ritornare al bianco, invece l'artista è soggetto ad una sintesi sottrattiva.

Già se mescolo i soli tre colori primari ottengo una tinta molto scura, tendente al nero, cioè filosoficamente sottraggo luce.

Da questa teoria, con un po’ di immaginazione, ne deduco che nel nero ci sono tutti i colori intrappolati come in un contenitore sotto vuoto e, in questo caso, il vuoto è dato dall'assenza di luce che è stata sottratta, quasi risucchiata, dalla mescolanza di tinte.

Quindi è un colore particolare, misterioso, è il colore per eccellenza.

Da solo riesce a soddisfare, è quello che da sempre è stato usato per la scrittura, è quello che naturalmente appare nelle ombre, è l'antitesi della luce.

Per analogia possiamo pensare ad un buco nero che ingoia materia. ma questa materia poi non rimane lì, perché moderne teorie parlano di buchi bianchi, situati simmetricamente dall'altra parte che espellono tutto ciò che hanno assorbito.

 In un quadro dipinto con il nero, ci possiamo trovare tutti i colori, tutti i toni, se avessimo la capacità di scomporre tale tinta.

Non ne abbiamo il potere, ma vi è di sicuro la certezza che essi sono presenti in esso.

Ed è qui che risiede tutta la sua potenza.

In un tratto nero posso vedere Il buco bianco che farebbe uscire il tutto, ma dove lo possiamo trovare? Esso è nella nostra mente, l'osservatore dell'opera è la via d'uscita per tutti i colori, è l'unica chiave capace di aprire quell'involucro e liberarne i contenuti.

Per fare ciò però deve averne capacità, cioè deve essere buco bianco, ricevitore sensibile, anima predisposta, entità capace di vedere ciò che non appare, di sentire ciò che sembrerebbe muto, di palpare il presunto impalpabile.

Quindi all'artista si contrappone "l'artista complementare", colui che completerà l'opera, senza il quale il quadro rimane cosa morta, inutile, solo potenziale contenitore che, resta lì in attesa di essere aperto.

Questo più fortemente si nota quando affronto il tema del DISEGNO:  tratti spezzati, incompleti ma graficamente corretti, linee guida per la nostra psiche, numeri primi saltuari ma precisi e predeterminati che, attesteranno in modo maniacale quella che sarà l'immagine completa, pensata e voluta dall'autore.

Essenzialismo, togliere il superfluo, quasi radiografia di un mondo reale che poi tanto reale non è.  

È un gioco costruito sulle presenze e sulle assenze, spazi vuoti che lasciano immaginare architetture non disegnate ma che la mente razionalmente avverte e quindi ricostruisce.

Nell'opera "andando insieme" di seguito illustrata, notare come la donna a sinistra in primo piano viene disegnata con una sola gamba, ma di fatto non ci facciamo caso, oppure nel quadro " In bicicletta" le macchie geometriche sul fondo lasciano intendere finestre, mura o edifici.

Difficile invece è dare LUCE all'opera, come fare, come riuscire a liberarla dal nero?

Essa è tutta contenuta lì, serve una chiave leggibile per l'osservatore come supporto rafforzativo allo sforzo intellettivo che esso già compie per vedere i colori.

Applico quindi la "tesi" della strutturazione grafica: usare l'impianto di linee e forme per dare la sensazione del lampo luminoso, del fascio di luce, della zona illuminata. essa esce tutta dalla sapiente costruzione del disegno, come ben si evince nei due dipinti di seguito illustrati, "Esplosione" e " Sole d'inverno", dove nel primo si immagina una deflagrazione con forte bagliore in lontananza, mentre nel secondo l'effetto sole è dato dalle evidenti ombre riflesse disegnate sul selciato stradale. 

Altro punto fondamentale del Nerismo riguarda la SEMPLICITA' DEI SOGGETTI TRATTATI.

Non grosse costruzioni forzate, discorsi costruiti, cattedrali tematiche, architetture precondizionate, ma semplici immagini, a volte banali, come la barca, la casa, la folla, il vecchio, il bambino. Essi sono tutti stimoli, input, che scateneranno sensazioni a volte labili, a volte potenti, ma sempre presenti.

Queste immagini interagiranno comunque con il trascorso di una persona, con le sue esperienze, i suoi ricordi e, susciteranno sensazioni che daranno vita all'opera. Capiterà che una stessa figura assuma diversi significati a seconda di chi la osserva. una semplice barca potrà suscitare angoscia in chi ha subito perdite di persone a mare, naufragi o altro, e gioia in chi invece riporta la memoria all'estate, ad una piacevole gita o una copiosa pescata.

Costruire un discorso usando la combinazione di tante figure , scenari o immagini varie, risulta banale e limitativo, perché significa tarpare la fantasia, servire un piatto pieno, un qualcosa di imposto, imbalsamato, non vivo, solo da esposizione. il discorso in questo caso sarebbe tutto costruito solo dall'artista, egoisticamente, ritenendo la capacità cognitiva dell'osservatore quasi inutile.

Il bello allora sarebbe oggettivo e non più soggettivo, padronanza assoluta e pretenziosa del pittore, chiuso nel suo mondo dorato, noncurante di ciò che lo circonda.

Uscirebbero opere poco spontanee, leziose, quasi dei discorsi a senso unico, forse indottrinamenti.

Si potrebbe pensare ad un grosso romanzo finito.

Invece al Nerismo mancano molti capitoli e sarà il lettore a scriverli, ad immaginarli, così da poter dire che il libro non lo ha solo letto, ma l'ha scritto insieme all'autore.

In questo caso il quadro diventa proprietà non solo materiale di chi la compra, ma anche sua creatura concettuale perché il messaggio che può arrivare a volte è anche diverso da ciò che l'artista voleva dire.

In questo entra la componente universale, cioè quella parte non gestibile, che sfugge a chiunque, non imbrigliabile né da una e né da mille pennellate, né da un colore e né da cento colori.

L'artista nel momento della creazione è come se venisse invaso da un qualcosa di estraneo, di prepotente, ingestibile che si appropria di una parte che gli appartiene per diritto naturale e non acquisito.

Questa volta sarà lui a fare da ricevitore , ad aprire la porta ad un flusso energetico esterno che interagisce con la sua anima.

Unico fastidio sono I COLORI DEGLI SFONDI che, sebbene tenui e slavati, sono però presenti, quasi entità inquinanti che disturbano il progetto nerista.

Nell'analisi finale però sono almeno per ora, ancora necessari.

Essi attestano la potenza trasbordante del nero, come fuoriuscita da una falla concettuale, imperfezione, che dimostra il limite dell'uomo.

Forzosamente potrebbero sparire, come potrebbero essere eliminati i giochi grafici così da far restare solo una macchia nera, che direbbe tutto agli occhi di pochi eletti e niente agli occhi di molti ma, la teoria della macchia nera, ipotizzata già da molto tempo come opera ultima, presupporrebbe una eviscerazione totale di tale idea pittorica.

Quindi nulla a che fare con l'esibizionismo di un astrattismo estremo perché, a giusta ragione, dovrà essere l'ultimo atto di una vita vissuta all'insegna della ricerca, iniziata e comprovata più volte da rari e isolati dipinti di un realismo a volte estremo.

 



Il nerismo e il suo messaggio

Attraverso la pittura si può chiaramente trasmettere uno stimolo che a volte è anche una denuncia.

Si sta perdendo l'essenza dell'essere, l'uomo si sta scollegando dal cosmo per legarsi troppo alla terra, alle necessità immediate, al benessere a tutti i costi.

Le forme stringate e scheletriche e la presenza di un solo colore dominante nel Nerismo potrebbero richiamare le coscienze alla necessità di ritrovare l'io perduto, lo scheletro di sé stessi.

Quadri come negativi di fotografie che riportano la mente a considerare non più l'uomo esterno ma quello introspettivo, oggi poco conosciuto.

Cercare di ricostruire le forme partendo da poche linee disegnate a tratti in un quadro, equivale a dire riscoprire la figura dell'uomo deturpato da valori denaturati e cercare, con la propria sensibilità, di ricomporre l'immagine perfetta dell'uomo originale ,purgato da evanescenze, inutilità e vanagloria.

Il senso di amicizia, l'amore al prossimo, il rispetto della natura e della vita, il donare con letizia, il gioire dei successi altrui, il compenetrarsi nei dolori impropri, sono tutti tratti che completeranno il disegno, donando all'osservatore quel senso di pienezza che l'uomo ha oggi purtroppo perso.

Non essere capace di immaginare nulla davanti ad un quadro, denuncia il vuoto assoluto, l'assenza di emozioni, l'uomo corroso dal consumismo, l'anima arida di chi vede la soluzione finale infausta per sé e per gli altri.

Quindi osservare e costruire mentalmente l'immagine spezzata e incompleta provocherà benessere, risveglierà le coscienze, stimolerà alla ricreazione.

E cosa dire per i colori nascosti e intrappolati nel nero?

Ci sono ma non riusciamo a percepirli facilmente. L'universo c'è, ma noi arriviamo a vedere solo il cielo, che è ben poca cosa.

Paradosso.

Siamo noi, viviamo attraverso il funzionamento di molteplici organi e apparati perfettamente sincronizzati ma non ci vediamo all'interno, non avvertiamo lo scorrere del sangue, l'emissione di fluidi e ormoni, il movimento latente delle ghiandole, il rigenerarsi continuo delle cellule. Cosa ancora peggiore non li abbiamo mai visti e mai li vedremo.

Arrivare a percepire tutti i colori della macchia nera significa metaforicamente assaporare la bellezza della nostra anima, osservare come spettatori esterni il perfetto funzionamento del nostro corpo, osservare dall'alto la nostra collocazione nell'equilibrato sistema cosmico, cioè vedere oltre il tangibile, capire l'intellegibile.

Ma chi mai sarà capace di arrivare a tanto.

Questa è una cosa che viene chiesta "all'artista complementare", cioè all'osservatore dell'opera.

Il pittore in questo caso, come trasmettitore, ha dei forti limiti, dovuti alla concretezza della materia, attraverso la quale cerca di trovare la chiave giusta di lettura.

L'ingegnere progetta e costruisce l'aereo, ne conosce le potenzialità, ma sarà il pilota a fare poi con esso mille acrobazie e virtuosismi.

Falla però nel progetto, come si diceva prima, è la famosa fuoriuscita di colori che impregneranno gli sfondi di tutte le opere del Nerismo. Emorragia, essudato incontrollato di un nero, potente contenitore ma per ora ancora tarlato da qualche perdita necessaria per dare, attraverso alcuni colori, un incoraggiamento leggibile all'osservatore, come piccolo traduttore dato in supporto per la decifrazione di un testo antico.

Far sparire quello "sporco" è un cruccio, è motivo di estenuante ricerca, ma si è coscienti che se poi ci avviciniamo troppo al campo dell'imperscrutabile, troveremmo pochissimi osservatori capaci.

L'artista che si avvicina al Nerismo per ora può solo immaginare chi sarà l'uomo capace di osservare e di godere della visione dell'ultimo atto, della "Macchia Nera", sarà colui in grado di assorbire il fluido eterno dell'universo, libero dagli schemi convenzionali, autosufficiente, che farà del bene gratuito senza la necessità di essere amato, di percepire l'altro come parte di sé stesso.

L'osservatore entrerà con la sua coscienza nella macchia nera e ne eviscererà i contenuti: migliaia di colori, infinite forme, potenza creativa abnorme.

Chiunque, in un attimo, senza difficoltà, potrà schizzare una macchia nera su una tela, ma sarà tutt'altra cosa. Mancherà l'anima ed essa sarà solo un semplice e vuoto imbrattamento.

 

                                                                                                                                            PAOLO UTTIERI